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L'antico "Litum" nel territrio dei Marsi
Testo a cura di Silvia Terra-Abrami
 
La comoda e pittoresca via che da Lecce dei Marsi sale rapidamente verso solitudini montane a quota 1250 presso un bivio ove due sentieri offrono l'alternativa di una escursione a monte Turchio od al valico per le sorgenti del Sangro, presenta inaspettatamente su uno sperone roccioso le cadenti strutture di un diroccato paese.
Sono le rovine dell'antico "Litum" (Lecce Vecchio) sorto nel medioevo, nella zona ove i Marsi nel sec. V° a.C. avevano eretto un "oppidum" a difesa di una importante via di comunicazione.
Del "Castellum" medioevale, non fortificato sul precipite vallone, che costituiva di per sè una formidabile difesa, è dato ancora intravedere la cinta di mura, le cui linee risultano più nitide, pur nel loro grave deterioramento, dalla dorsale dei monti.
 
Come l'oppidum dei Marsi, così il medioevale "Litum" aveva una chiara posizione strategica a controllo di una via montana di non secondaria importanza nel cammino verso il sud attraverso il valico del Sangro- Barre- - Alfedena.
Questa via, già percorsa dia romani, facilitò nell'alto medioevo insieme ad altre direttive più note, la penetrazione capillare dei Longobardi attraverso l'Abruzzo Appenninico.
Che i Longobardi si siano insediati anche in questa zona della marsica dominante il Fucino si può dedurre dai toponimi : "chiusa" sopra a Trasacco, a sbarrare la via circonfucense che per le pareti della montagna precipiti in quel punto sul lago si snodava sull'alto; "Guardia" e "Corte" vicino alla Torre di Lecce Vecchio, e le indicazioni della toponomastica sono validamente confortate dai documenti riguardanti il non lontano monastero benedettino di S. Michele Arcamgelo a Barreggio (l'odierna Barrea) importante sosta ed asilo su questo alpestre percorso.
E' da supporre che "Litum" sia stato al suo sorgere nell'alto medioevo un presidio longobardo, un luogo di avvistamento nei pressi del valico e che tale funzione abbia avuto quando nel 937 i Saraceni dilagarono apportando rovina sulle rive del Fucino.
 
Secondo precise testimoninze di Leone Ostiense, rwespinti dai Marsi e dai Peligni sotto la guida del Conte dei Marsi Ottone II, i Saraceni furono dispersi e ricacciati verso Goriano-Siculi nella Valle Subequana e più a Ovest sulla direttiva di "Litum" oltre le forche del Sangro; da lì raggiunsero ed occuparono il famoso monastero di S. Michele Arcangelo che fu dato alle fiamme.
Il documento più antico in cui viene menzionato Lecce è la bolla di Clemente III indirizzata nel 1188 ad Eliano, vescovo dei Marsi. Siamo dunque nell'età in cui i normanni avevano concluso la conquista dell'Abruzzo Appeninnico a lungo ed invano contrastata dai monaci di San Clemente a Casauria e dall'aristocrazia feudale.
Ruggero II, la cui presenza a San benedetto (l'antica Marruvium)m è nel 1145 documentata dall'"anonimi monaci cassinensis Chronicon", per contenere la potenza dei Gran Conti dei Marsi, aveva non solo diviso il loro feudo in due parti, nella contea di Albe e Tagliacozzo ed in quella di Celano, ma aveva favorito in funzione antifeudale il sorgere delle "Universitas" marsicane, mantenendole per latro nei limiti di una più o meno diretta soggezione attraverso i giudici.
 
Tra queste libere associazioni di cittadini che si basavano su norme di diritto privato raccolte in statuti anche "Litum", che mai era stato infeudatato sino a quel periodo, ebbe allora il suo stemma ed il suo sigillo coll'immagine del Santo protettore, S. Biagio, sostituito nel sec. XIX da un albero dai grandi rami, il Leccio.
"L'Universitas Litii" come del resto quelle di Ortona, Gioia, Pescina, ed altre nella conca del Fucino, in una zona considerata di estrema importanza per delimitare i confini del Regno, fu mantenuta e favorita da Federico II di Svevia.
Dopo la Battaglia di Tagliacozzo la situazione cambiò in senso deteriore anche per Lecce.
Carlo d'Angiò se da un lato fu inesauribilmente sollecito a punire coloro che erano stati favorelvoli agli Svevi, dovette dall'altro compensare i suoi seguaci. Per questo alcune Università maresicane furono infeudate ai fedeli del re.
Questa fu anche la sorte di "Castrum Litii" concesso in feudo al un tal Federico S. Dionigi 
francese, che dopo qualche decennio con un diploma del 1302, alienò i diritti che aveva su Lecce a favore del convento Cistercense di S. Maria della Vittoria, fatto erigere, fra Scurcola e Magliano, da Carlo D?Angiò a salvaguardia degli interessi angioni della zona. Ma ecco all'inizio del sec. XV il fatto davvero singolare.
 
Approfittando della difficile situazione in cui per molteplici ragioni si trovava il monastero, i leccesi pensarono di ricomprare per il loro paese i primitivi vantaggi che ad essi derivavano ad essere terra demaniale.
Si rivolsero al Re Ladislao, il quale con un privilegio del novembre del 1402 dichiarò nuovamente la terra di Lecce "sub dominio e demanio Reali".
Ma fu per poco, perchè il Conte di Celano Cola (o Nicola), fedelissimo di re Ladislao, nominato giustiziere del Regno, aggiunse con l'assenso regio alle terre della sua contea anche Lecce, riconoscendogli e confermando tutti i diritti e i favori da tempo acquisiti.
E da questo momento Lecce, il castello più popolato dopo Celano, segue la sorte delle terre appartenenti alla Contea dei Marsi.
Ed è proprio al tempo di Covella e del marito Lionello Acclozzamora, fedele collaboratore di Alfonzo D'Aragona e fine umanista che nella Contea dei Marsi in un clima aperto a sollecitazioni provenienti da ambienti di fervida cultura si crearono quei fenomeni capaci di esprimere la straordinaria personalità di Andrea De Litio, il più interessante pittore abruzzese del Rinascimento, nativo appunto di Litium (De Litio).
 
Se nel sec. XVI la notizia più rilevante è quella della partecipazione di alcuni leccesi alla battaglia di Lepanto (1521), in quello successivo documenti attestano danni e calamità che avviarono il "Castellum" alla decadenza.
Estorsioni, depredazioni, favori arbitrari da parte di autorità amministrative e militari spagnole, di passaggio per Lecce (comoda sosta per chi dirigeva a Napoli attraverso questo sentiero appenninico), trovarono eco uffucilae nel 1643 in una protesta al vicerè Don Antonio Fernandez di Toledo. Inoltre il diffondersi della peste nel 1656-57 determinò insieme alla decimazione della popolazione il conseguente progressivo abbandono di molte abitazioni. L'ampliamento di un'antica cappella dedicata a S. Pietro e la sua trasformazione nella chiesa barocca di S. Elia, protettore come S. Rocco degli appestati, costituì alla fine del sec. XVII l'ultima vitale iniziativa presa dai Leccesi per la loro comunità.
 
Intanto l'esodo continuava inarrestabile. Molte famiglie le cui case antichissime erano deteriorate, attratte dal clima migliore, abbandonavano l'alpestre Litium per popolare i casali, che a quota meno elevata erano più vicini alla cultura dei campi, a nuovi centri di attività economica e di scambi commercilai. In senso inverso a quello tenuto nell'alto medioevo durante le invasioni barbariche, la popolazione di anno in anno confluiva verso le rive del grande Lago e nei pressi di vie più comode e più frequentate.
Cosi la vetusta chiesa di S. Maria Assunta (sec. XI-XII) segnalata e studiata dal Piccirilli, noto cultore dei monumenti abruzzesi, fu privata della famosa campana, dell'organo, dell'arredo sacro, degli altari. 
Smontati furono trasportati dalla popolazione stessa con gravi perdite e dispersione di suppellettili parte a Castelllucccio (il nuovo Lecce) parte altrove.
Anche se aperte alle intemperie, alle depredazioni, l'antico edificio rimase tuttavia per molti decenni ancor saldo nel suo impianto e nella sua compatta struttura. Fu l'ultima calamità del terremoto del 1915 a decetare la definitva rovina: e con essa la rovina di Litium.
 
Cosi in anno in anno le linee architettoniche del diruto paese appaiono a chi torna nella zona sempre più incerte nell'ampia prospettiva dei monti, sempre più illeggibili.
Allora solo la documentazione storica custodita da una cultura locale consapevole, potrà testimoniare e far rivivere le vicende di questa alpestre comunità che, pur legate a fatti storici più generali e di vasto respiro, rimangono in sè nella loro "specificità" preziosamente irripetibili.

 
 
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