Home Page del Comune Clicca per approfondimenti

Clicca per visualizzare la guida alla navigazione
 
 

TERRITORIO

 

in evidenza

 

Risorse

 

 
Sei in: - STORIA - Profilo storico

Profilo storico
Testi a cura del Prof. Angelo Melchiorre  maggiori info autore
Lecce di Marsi - l'antico castello Licio, - secondo un suggerimento di Paolo Marso riferito e fatto proprio nel secolo scorso da Andrea Di Pietro - sarebbe risorto (dopo la distruzione avvenuta al tempo della guerra sociale) in epoca longobarda. 
Il Di Pietro ritiene che ciò possa essere comprovato dalla persistenza, ancora ai suoi tempi, di toponimi come Campo e Guardia, sicuri riferimenti - secondo il suo parere a quei lontani eventi militari. Meno sicuri siamo noi, non solo per la mancanza di documentazione al riguardo, ma anche perché il nome di Lecce (e, quindi, la sua esistenza)appare molto tardi, non trovandosi nemmeno tra i castelli o feudi elencati nel Catalogo dei Baroni. La prima volta che il nome di Lecce si trova in un documento è il 1188, nella Bolla di Clemente III, in cui si accenna alle due chiese (di S. Maria e di S. Pietro) appartenenti, appunto, a quel castello. Inoltre, nella medesima Bolla, vengono indicati altri tre "castelli" (Macrano, Agne e Angre) che, insieme con quelli di Bonaria, Vittorito e Satrano, avrebbero contribuito a formare sempre secondo il Di Pietro il moderno castello di Lecce. 
 
Altra notizia fornita dall'autore delle Agglomerazioni delle popolazioni attuali della diocesi dei Marsi è quella secondo cui, nel secolo XIII, Lecce era una dipendenza (insieme con Gioia) del Monastero di S. Maria della Vittoria di Scurcola e solo con Carlo II d'Angiò (morto nel 1309) sarebbe stato "riscattato dal vassallaggio dei Monaci, ed assegnato al Conte di Celano in feudo". Quest'informazione del Di Pietro fa sorgere ulteriori dubbi, anche perché fonti più attendibili pongono l'acquisto (o la conferma dell'acquisto) di Gioia e di Lecce da parte del Monastero della Vittoria molto più tardi, nel 1334; e, d'altra parte, Leone Ostiense, nel suo Chronicon monasterii Casinensis (sec. XII), aveva affermato che tutta la zona attorno a Lecce era di pertinenza del monastero di S. Maria di Luco, e pertanto dell'abazia di Montecassino. I primi dati certi, perciò, si trovano solo a partire dal sec. XV, allorquando Lecce (Liciae) è elencato tra i "castelli" del Comitatus Celani (Contea di Celano), soggetto come tutti gli altri a Odoardo Colonna e a sua moglie Cobella. Nel secolo XVI anche Lecce passa sotto la giurisdizione dei Piccolomini (nel 1569 D. Costanza Piccolomini aveva la facoltà di nominare i "beneficiati" per la chiesa di S. Angelo in Bonaria); e, dal '600 al secolo XIX, anch'esso viene trasmesso dai Piccolomini ai Peretti e ai Savelli, dagli Sforza-Cesarini agli Sforza-Bovadilla. 
  
La chiesa di S. Pietro, abbandonata e quasi distrutta all'epoca della peste (anno 16S6), negli anni immediatamente successivi "fu ricostruita per voto sotto il titolo di S. Elia", mentre la chiesa di S. Martino, "surrogata all'antica parrocchiale di S. Maria", aveva ottenuto da Urbano VIII il privilegio di indulgenze speciali per chi visitasse i suoi sette altari, privilegio già spettante dunque alla chiesa di S. Maria e ancora da questa posseduto nel 16A5, come risulta da ineccepibili documenti d'archivio. Gli abitanti, in genere pastori e boscaioli, o si recavano in Puglia con le greggi loro affidate, o scendevano a valle sia per raccoglier legna e farne carbone, sia per coltivarvi quel poco che garantisse loro la sopravvivenza. In basso, appartenevano a Lecce i cosiddetti Casali (Macchia, Sierro o Vallemora, Madonna delle Grazie), dove i Leccesi si stabilivano nei mesi invernali, cosi come fac.evano anche i Gioiesi e gli Aschietani. 
Interessante è, a tal riguardo, un editto del vescovo Lorenzo Massimi, il quale nel 1638, in occasione della visita pastorale, proibi agli ammalati e alle partorienti leccesi di fermarsi in quei Casali, ordinando loro di trasferirsi immediatamente in Lecce "ad effetto di ricevere li SS. Sacramenti, sotto pena di docati sei per ciascheduna volta (...), et quelli, che moriranno in detti Casali, senza li Sacramenti, debbiano essere seppelliti nella Campagna, et nelli sterquilinii di detti Casali, et non possano entrare nelle mura della Chiesa, et di Lecce, dove li corpi loro saranno vessati dalli diavoli". 
  
Alla scarsità di documentazione fino a tutto il Seicento si contrappone l'abbondante materiale d'archivio dei secoli XVIIIXIX, che consente di ricostruire per lo meno l'ambiente umano, le consuetudini, la struttura interna di Lecce ed i suoi rapporti con le "universith" vicine. Gli abitanti erano appena 902 nel 164S, saliranno di poco nel secolo successivo (nel 1793 sono ancora 1090), e la loro attività preminente rimane sempre la pastorizia. Gli abitanti di Ortucchio e delle altre localith vicine affidano spesso le loro pecore ai pastori di Lecce, i quali, ciascuno con la propria "massaria", si spostano annualmente in Puglia, dove consegnano la lana a "pubblici mercanti" di Foggia, appositamente incaricati della vendita. Per le cause di lieve entità, si ricorre ad un "Attuario della Corte Civile e Criminale", che ha la sua sede proprio a Lecce dei Marsi. 
Per le cause più serie, ci si rivolge inevitabilmente alla "Regia Dogana" di Foggia. Tra coloro che rimangono in paese, ogni anno vengono eletti tre "sindaci", i quali, dopo aver prestato "giuramento di ligio omaggio" al feudatario, devono occuparsi di tutto ciò che riguarda la vita del paese: la ricognizione dei termini di Conabella o la risoluzione delle continue e spesso drammatiche vertenze con Gioia per i confini, la nomina dei "guardiani della Terra" e la scelta del chirurgo e dello speziale, la riforma dell'onciario e la formazione del catasto, il funzionamento del Molino "nella contrada della Fonte Nuova" e la selezione dei maestri per la scuola primaria (anche se, come è scritto in una "relazione" del 1817, "li padri e le madri poco procurano di mandare li di loro figli a scuola"). 
Tra le incombenze dei Sindaci e del "Pubblico Consiglio" vi è anche quella di provvedere ai bisogni spirituali della popo4zione: infatti, la chiesa di Lecce è "ricettizia", e quindi direttamente mantenuta dalla stessa comunità cittadina. Pertanto, in "pubblico Parlamento" devono essere eletti i Procuratori della chiesa, i quali hanno il compito di fare la "questua del grano" nel mese di agosto e di dar conto della loro amministrazione, ogni due o tre anni, allo stesso "pubblico Parlamento" che li aveva eletti. I preti dipendenti dall'Università sono molti: nella sola località di Castelluccio ve ne sono sette, ma nessuno di loro vuol celebrare la Messa dell'Aurora, tanto che i Leccesi, impegnati nei lavori di mietitura e di vendemmia, perdono spesso la messa festiva. 
  
Nel 1799, quando tutto l'Abruzzo si trova di fronte al pericolo dell'invasione francese, ad Aquila viene creato il "Reggimento Reale I aliano". Ogni paese deve dare il proprio contributo, e anche Lecce è tassato per "otto miliziotti volontari". Durante le lotte per il Risorgimento, viene costituita una vendita carbonara, diretta da Antonio Terra e forte di ben ventuno aderenti. Insomma, nonostante le modeste dimensioni e l'isolamento, anche Lecce ha avuto una sua storia ed un suo passato, che in parte aiutano a scoprire e a capire meglio il presente. Oggi Lecce è un paesino decoroso e culturalmente vivace, aperto al turismo e alla modernità, con tutti i pregi e con tutti i difetti che nascono dall'incontro-scontro tra una realtà storica agropastorale e patriarcale ed una realtà nuova, qual è quella della civiltà capitalistica e della industrializzazione.
 
Testi tratti dal periodico Radar Abruzzo
 
 
Sei in: - STORIA - Profilo storico

Territorio

 
 


Team sviluppatori
| Grafica e Redazione | Copyright