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Un Giudice un gendarme e cinque "delinquenti" ... (1812)
Testo a cura di Fulvio D'Amore  maggiori info autore
Per conoscere il dibattito storico, economico e sociale, suscitato dalle gravi problematiche che caratterizzarono la vita delle nostre popolazioni in età moderna e contemporanea, bisognerà sempre più approfondire il tema degli usi civici, della divisione dei demani, delle promiscuità, già avviati con le leggi francesi sull'eversione della feudalità, verso l'affermazione di un più moderno concetto di proprietà privata. 
Il dato più interessante emerso lungo tutto il periodo della dominazione borbonica fu quello che, se anche ormai da tempo i riformisti napoletani cercarono di ammodernare la struttura statale senza però mai rompere del tutto con le vecchie strutture, i francesi, invece, dopo aver occupato il regno dal 1806 al 1815, basarono le loro leggi sulla netta dissoluzione dei legami tradizionali tra lo Stato e la classe nobiliare. Al riguardo diverse critiche di studiosi che stanno rivisitando questo periodo, investono però negativamente l'opera degli interventi realizzati nel cosiddetto " Decennio ", perché ritenuti di fatto inadeguati ad attuare radicali trasformazioni fondiarie in grado di determinare un effettivo progresso. 
  
In proposito occorre ribadire che queste affermazioni in negativo vengono suffragate dalla estesa documentazione esistente nell'Archivio di Stato di L'Aquila negli " Atti Demaniali ", a dimostrazione spesso dei numerosi fallimenti della Commissione feudale incaricata della ripartizione dei demani ex feudali e comunali, con atti scaturiti intorno alla data del 1810-1811. Dalla disamina dei ricorsi in materia di liti, vertenze, sommosse popolari, tumulti, risse per i pascoli e faide paesane tra famiglie, si può ben dimostrare tutta l'impotenza dei commissari ripartitori o degli agenti agrimensori, invischiati purtroppo anche essi in un turbine di violenze e costrizioni. Nei giudizi della studiosa Carmelita Della Penna ritroviamo la sintesi dei dilemmi da sciogliere: " il problema della terra, seppure affrontato con la volontà di risolverlo radicalmente, rimane aperto per tutto l'800 ed oltre, in occasione di profondi contrasti non solo tra feudatari e comuni, ma soprattutto tra i grossi proprietari e le masse contadine: gli uni impiegati a consolidare la loro proprietà con l'usurpazione dei demani indivisi e con la definitiva liquidazione degli usi civici, gli altri sempre più inquieti per l'inasprimento delle condizioni di vita in conseguenza della perdita dei diritti comuni sulle terre demaniali e delle utopistiche promesse di un pezzo di terra mai assegnato e di difficile coltivazione ". 
  
Tuttavia, con tutti i limiti del caso, bisognerà riconoscere alla nuova legislazione francese in materia demaniale, il merito di aver affrontato con determinazione e coraggio un rinnovato concetto di proprietà individuale, ripreso in seguito, dopo la restaurazione borbonica del 1815, anche dai governi postunitari. La conflittualità tra comuni limitrofi in questo periodo risulta altissima, e sfocia spesso, come si è già dimostrato ampiamente in altra sede, in duri conflitti, accuse di ogni genere, malversazioni ed abusi da ambo le parti contrapposte. Frequentemente tra due comuni confinanti, proprio perché la commissione feudale con l'impiego dei propri periti agrimensori non era riuscita a stabilire le esatte delimitazioni dei rispettivi demani universali e feudali, gli usi civici rimanevano ancora scambievoli. Non poche volte in passato in alcuni territori le " Università " avverse, in seguito a sanguinosi scontri, erano scese a convenzione o transazione momentanee tra le popolazioni che, purtroppo, dopo brevi periodi di tregua, riprendevano a combattersi con manifestazioni di violenza gratuita. 
 
Lo spirito riformatore stentava quindi ad attecchire sul territorio marsicano nel 1812 e non stimolò a migliorare di certo, in questo caso, alcuni cittadini di Lecce, che seguitavano ad imporre la solita legge del più forte. Tanto è vero che, dopo l'ennesimo fatto di intransigenza, Angelo Minicucci (apparteneva ad una ricca famiglia avezzanese), nominato giudice di Pace del circondario di Gioia, fu costretto a prendere drastici provvedimenti.
Dall'analisi dei documenti dell'Intendenza Aquilana, traspare la severità del procedimento e la subitanea ricezione che l'inchiesta di polizia ebbe anche presso le autorità municipali. Il controllo della situazione fu rigoroso al punto che il magistrato, investito dell'indagine, non mancò di scrivere in questi termini al capo della provincia dell'Aquila: «Domenico figlio di Sabatino Borsa di Lecce, all'avvicinarsi della vendemmia cominciò a danneggiare tutte le vigne: egli pastore di un branco di pecore proprie, manometteva precisamente quelle dei possidenti del limitrofo Comune di Ortucchio. Questo giovane ha una cattiva opinione nella sua Patria precisamente in rapporto ai danni, e furti campestri. Il mio predecessore nel passato anno lo punì colla detenzione correzionale per delitto di questa classe». Più volte la guardia campestre di Ortucchio, un certo Luigi Irti, durante le sue perlustrazioni aveva rilevato gli sconci causati dal prepotente giovane proprietario leccese, e di conseguenza aveva avvertito l'autorità competente affinché agisse una volta per tutte contro lo sconsiderato temerario. 
  
Il controllo del territorio, per un certo periodo, fu assicurato dalla continua presenza di due gendarmi francesi, inviati sul posto dal giudice d'accordo con il sindaco, i quali emanarono un bando proibitivo rivolto a chiunque osasse attraversare con gli animali la zona contesa. Nel testo dell'editto, affisso nei luoghi interessati in nome di «Gioacchino Napoleone Re di Napoli, e Sicilia» si leggeva: «Considerando il buon ordine della Polizia Rurale, Municipale, ed Amministrativa, necessita di far comprendere a questa popolazione i gravi danni, che si commettono ne' vigneti, e seminati con qualunque specie di animali contro la legge emanata da Sua Maestà (D.G.) per cui in nome della medesima ordiniamo ad ogni Cittadino, che non ardisca di mandare animali di qualunque specie nelle vigne, e seminati, altrimenti sarà ognuno punito con la multa di Lire 26, e centesimi 40, corrispondenti a ducati sei, essendo il danno di giorno; di notte ducati dodici, corrispondenti al Lire 54, e centesimi 80, applicabili alla Cassa delle Ammende, oltre al risarcimento del danno, e delle spese alla parte offesa. Le multe stabilite si esigeranno al doppio contro i recidivi. Se ne estenda copia del presente, si pubblichi, e si affigga nel luogo solito di questi Comuni, e l'originale tomi a noi colla debita relata. Ortucchio 5 Ottobre 1812. Nicolangelo Panella Eletto». Rassicurato di ciò, lo stesso magistrato rapportò al capo della provincia per l'occasione: «Il rigore da me usato nel punire i delinquenti in materia di polizia rurale mi rendevano quasi sicuro di aver allontanato ogni triste evento». 
  
Ma il Minicucci evidentemente si sbagliava, perché, la sera dell'undici ottobre cinque naturali di Lecce, tutti a cavallo ed armati di asce e fucili con baionetta, assalirono in località S. Stefano un gruppo di persone intente alla vendemmia causandone la fuga ed il panico generale. In realtà, lo stesso Domenico Borsa era giunto improvvisamente in quei luoghi per sorprendere ed ammazzare la guardia rurale Luigi Irti che, accortosi in tempo dell'arrivo dei delinquenti, «corse ad afferrare una barca, e si pose a fuggire per il Lago di Fucino». I cinque forsennati, dopo avergli sparato dietro alcune fucilate, presero di mira anche la guardia urbana De Benedictis «il quale si pose anche lui in fuga, e si ritirò per il Lago». Poi i criminali inseguirono i contadini Luigi Contestabile, Pasquale e Lorenzo Panella ed il sacerdote don Gianfrancesco De Benedictis al quale volevano tagliare la testa. Subito dopo la violenta incursione, il comandante la gendarmeria Enrico Alò, già noto in zona per aver combattuto contro i briganti di Piccioli, inviò sul posto il gendarme della brigata di Avezzano Ferdinando Cerimele che, dietro accurate indagini, estese con diligenza e puntualità un «Processo verbale sulle violenze commesse da cinque individui di Lecce contro alcuni Naturali di Ortucchio». 
  
Il gendarme, recatosi armato di tutto punto nel paese di Lecce, ben deciso ad arrestare i colpevoli, cominciò subito ad interrogare il prete ed i benestanti del borgo, dai quali, però, non seppe nulla. Solo Giambattista Terra, «eletto di Polizia», fece il nome di Domenico Borsa come responsabile di quei misfatti, il quale, secondo lui: «benché fosse figlio di persona da bene, e possidente, era un giovane di cattiva indole, facinoroso, propenso a far dei danni sui territori degli altri, e spesso in passato aveva avuto molti procedimenti penali nella Giudicatura di Pace, e tra le altre uno recente per alcune ferite preferite pericolose di vita inferte a Giuseppe del Pico suo Paesano ". Il sottintendente del distretto di Avezzano, in data 16 ottobre 1812, dopo aver inoltrato all'intendente della provincia " Cavalier Colonna di Leca ", tutte le delucidazioni del caso, avvalorate dalle utili notizie del sindaco e dei decurioni di Ortucchio, aggiunse: " Il Borza e Compagni han turbato in tal incontro la tranquillità pubblica delli Abitanti di Ortucchio ed eccitato un qualche grave disordine, e delitto, credo quindi che debbano essere subito arrestati, prima che partano per la Puglia, ove soliti rendersi quei Pastori in questa stagione ". I nomi dei complici dello scalmanato Borsa, furono in seguito individuati dallo zelante gendarme Cerimele, che defini " Rei ": Cesidio Vallabini, Stefano Leoqe, Giuseppe Macera e Francesco Cornacchia. Davanti a Nicolangelo Panella, eletto del comune di Ortucchio, si presentà il giorno dopo la guardia rurale Irti che aveva rischiato di rimanere ucciso, il quale rilascià una dettagliata deposizione di quei fatti. Singolare rimangono alcune sue osservazioni, quando affermò che il Borsa: " gli corse appresso fino alla riva del Fucino, che per sua buona sorte si trovava imbarcato, avendolo il Borsa veduto che il suddetto custode si era allontanato colla barca, si morsico il dito... " apostrofandogli alcuni improperi. 
  
Il tenente della gendarmeria celanese Coppon, ricevette ordine perentorio dall'intendente di arrestare subito " Gli individui di Lecce " perturbatori dell'ordine pubblico, prima che costoro si fossero recati in Puglia. Ma, il mandato d'arresto emesso dal giudice di Pace del circondario non fu eseguito perché i delinquenti, protetti dalle loro famiglie e parenti, riuscirono a svignarsela. In data 15 ottobre 1812, il sindaco di Lecce, Luigi Del Papa, inviò un laconico messaggio al magistrato, nel quale si potevano leggere tra le righe gli estremi di una qualche grave complicità anche da parte dell'autorità municipale: " Domenico Borza, Cesidio Vallabini, Stefano Leone, Francesco Cornacchia, e Giuseppe Macera non sono più in questo Comune. 
Essi dopo aver parlato con me due giorni dopo l'accaduto se ne partirono per la Puglia, dove è facile arrestarli quanto si voglia. Vi saluto con la dovuta stima ". Gli ultimi rapporti del sottintendente di Avezzano, trasmessi all'intendente, dimostravano le preoccupanti implicazioni dell'intera vicenda. Tanto è vero che, a chiusura dell'inchiesta, affermò: "io mi sono tradotto in Lecce: ho obbligati i Padri dei traviati a richiamare i figli nei loro focolari. Sono intanto vigilantissimo su quel Comune. Ho riferito un tale avvenimento al Regio Procuratore Generale da cui mi attendo le disposizioni per la parte Giudiziaria, come da Vostra Eminenza per quelle di Polizia. Stante però le mie misure posso compromettermi, sperando che non avverrà altro sinistro, tanto più che i delinquenti potrebbero tornare da un momento all'altro dalla Puglia ". Ovviamente questo grave episodio non fu l',unico che investi i municipi appartenenti geograficamente all'area orientale della Marsica. 
  
Attraverso l'esame di tutta la documentazione riguardante i paesi della zona interessata, seguendone le vicissitudini demaniali nel corso dell'Ottocento, è possibile cogliere realtà più ampie e le costanti, ma anche eventuali diversità ed aspetti singolari. Gli anni più difficili per i comuni considerati " come del resto per tutti i paesi meridionali, risultano appunto quelli del periodo napoleonico ", per il continuo riemergere di antiche vertenze contro le usurpazioni dei feudatari, degli ecclesiastici, della borghesia agraria emergente e relative allo scioglimento delle promiscuità davanti alla Commissione feudale. Come abbiamo già sottolineato, non sempre questo organo riuscì a risolvere le contese secolari in atto, proprio per la complessità delle questioni che si andavano caratterizzando territorio per territorio e caso per caso. Giuseppe de Thomasis, <<Relatore al Consiglio di Stato, e Commissario del Re per la divisione dei demani ", si prodigò a lungo per la determinazione di un'altra delle più complicate e contraddittorie controversie scoppiate già dall'anno 1601 tra i municipi di Gioia e Lecce a causa delle promiscuità sulle montagne di Corno e S. Vincenzo, cercando di assegnare e convalidare invano i diritti di legnare e quelli di " cavar pietre nelle dette montagne per le fabbriche del Casale di Manaforno ". 
La causa, discussa nel tribunale di Chieti già dal settembre del 1811, evidentemente non risolta in prima istanza, si ripropose puntualmente dal 29 gennaio 1820 al 21 luglio 1824 nel tribunale dell'Aquila, quando, tra bandi ed ordinanze, che vietavano ai cittadini dei due paesi l'esercizio degli usi, si manifestarono i soliti tumulti " avendo il Comune di Lecce fatto arrestare due cittadini di Gioia che avevano trasportato pietre, sebbene cavate in altri luoghi, come essi dicevano ". Dopo alterne vicende, il " Ministero e Real Segreteria di Stato degli Affari Interni ", non riuscì, comunque, a sciogliere definitivamente la promiscuità su quei territori alla data del 19 settembre 1861, provocando cosi nei secoli a divenire frequenti incidenti tra le due comunità in competizione: " Del resto, i problemi scaturiti da questo processo di privatizzazione si riproporranno carichi di polemiche e motivo spesso di rivolte violente negli anni postunitari, divenendo per il nuovo governo Italiano, incapace di cogliere le profonde ragioni sociali della protesta contadina, un pericoloso nodo da sciogliere attraverso nuove quotizzazioni o più celermente con procedimenti di conciliazione in favore degli usurpatori ".   
Questi ed altri interrogativi rimasero ancora aperti, come ben sosteneva Giustino Fortunato, investendo tutti gli aspetti della vita meridionale fino alle soglie del nuovo secolo. 
 
 
  

NOTA
L'episodio dell'assalto alle vigne degli ortucchiesi in località S. Stefano si trova in: Archivio di Stato di L'Aquila, fondo Intendenza, Serie I, Affari Generali, Cat. 27, b. 4841 A; per le notizie sull'operato della Commissione feudale, riguardanti i paesi di Gioia e Lecce, si veda: " Bullettino delle Ordinanze de' Commessari Ripartitori de' demanj ex feudali e comunali nelle Provincie Napoletane. Appendice degli Atti eversivi della feudalità ", N. 20, Napoli, Dalla Tipografia Trani, 1867; ed infine, le altre citazioni sono state estrapolate da: C. DELLA PENNA, Gli esiti della questione demaniale in Abruzzo, in <<Mandamus ut liber...sit usus. Per una moderna gestione ed una nuova tutela dei beni di uso civico ", Atti del Convegno a cura di Antonio Alfredo Varrasso, Casa Editrice Tinari, Villamagna (Ch), novembre 2000, p. 66-67-68-69.   
 
   
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