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Chiesa di Santa Maria Assunta
Testi a cura del Prof. Angelo Melchiorre  maggiori info autore

Lecce Nei Marsi: Parrocchia S. Maria AssuntaLa prima volta che il nome di Lecce appare in un documento è il 1188, nella Bolla di Clemente III, in cui si accenna alle due chiese (di Santa Maria e di San Pietro), appartenenti a quel "castello".
Inoltre nella medesima Bolla, vengono indicati altri tre "castelli" (Macrano, Agne e Angre) che, insieme con quelli di Bonaria, Vittorito e Satrano, avrebbero successivamente contribuito a formare - secondo Andrea Di Pietro - il moderno abitato di Lecce.  
Altra notizia fornita dal nostro autore è quella secondo cui, nel secolo XIII, Lecce era una dipendenza (insieme con Gioia) del monastero di S. Maria della Vittoria di Scurcola e soltanto con Carlo D'Angiò (morto nel 1309) sarebbe stata riscattata dal vasallaggio dei monaci, "ed assegnata al conte di Celano in feudo".
 
Questa informazione del Di Pietro fa sorgere qualche dubbio, perchè fonti più attendibili (Antinori ecc.) pongono l'acquisto (o la conferma dell'acquisto) di Gioia e di Lecce da parte del monastero di Santa Maria della Vittoria molto più tardi, nel 1334, e, d'altra parte, Leone Ostiense, nel suo "Chronicon monasterii Casinesis", aveva affermato che tutta la zona attorno a Lecce era di pertinenza del monastero di Santa Maria di Luco, e, pertanto, dell'Abbazia di Montecassino. 
Viene da pensare quindi, che l'autonomia giurisdizionale della parrocchia di Lecce ed il passaggio sotto l'autorità diretta del Vescovo dei Marsi si siano verificati molto tardi, certamente non prima del XV secolo, allorquando Lecce ("Liciae") è per la prima volta elencata tra i "castelli" del "Comitatus Celani" (contea di Celano), soggetta come tutti glia altri paesi della zona a Odoardo Colonna e a sua moglie Cobella.  
Probabilmente, solo allora avvenne l'aggregazione delle numerose chiesette locali attorno alla chiesa di santa Maria, che assunse da quel momento il ruolo e le funzioni di unica chiesa parrocchiale del paese, con un Arciprete e cinque Canonici paesani (era quindi anch'essa una chiesa ricettizia, cioè di istituzione popolare). 
L'altra chiesa citata nella Bolla di Clemente III, quella di San Pietro, abbandonata e quasi distrutta all'epoca della peste (anno 1656), negli anni immediatamente successivi "fu ricostruita per voto sotto il titolo di Sant'Elia", aveva ottenuto da Urbano VIII il privilegio di indulgenze speciali per chi visitasse i suoi sette altari, privilegio già spettante dunque alla chiesa di santa Maria e ancora da questa posseduto nel 1645, come risulta da ineccepibili documenti d'archivio.   
La chiesa parrocchiale, nei primi decenni del Seicento, risultava composta di una navata centrale e di nove cappelle laterali, (dedicate a San Giovanni Battista, L'Assunta, San Francesco, San Biagio, Sant'Antonio Abate, il Nome di Gesù, La Vetgine Incoronata, Sant'Eleuterio e Santa Monica). 
Notizie successive si riferiscono esclusivamente a problemi concernenti l'amministrazione della chiesa, che, essendo ricettizia, doveva essere controllata da alcuni Procuratori, eletti dalla cittadinanza in "pubblico Parlamento".

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