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Il paesaggio agropastorale al tempo del De Litio
Testo a cura di Romolo Liberale  maggiori info autore
Il riferimento al paesaggio agro-pastorale al tempo di Andrea Delitio, è stato ampiamente presente nel convegno sulla figura e l'opera di colui che la critica indica come il massimo pittore del '400 abruzzese. Va detto che, mentre nel parlare di Delitio in riferimento alla data di nascita, alla condizione sociale della famiglia, al grado di istruzione che accompagnavano la sua arte, molti erano e rimangono i quesiti per cui l'interrogativo è d'obbligo, per quanto attiene il ricco mosaico dei paesaggio agro-pastorale non vi sono dubbi. Si è nel pieno '400, del tempo che va dal 1420, data probabile della nascita di Delitio, al 1480, tempo indicato come quello della piena maturità del maestro.
 
C'è da domandarsi, intanto, se, e in quale misura, il clima di raffinata cultura che vedeva al centro Líonello Acclozamora, conte dei Marsi e castellano in Celano, abbia in qualche modo influenzato gli interessi, la sensibilità, la creatività di quel giovinetto nato a Litium, l'antica Lecce dei Marsi, che qualche tempo prima, con privilegio di re Ladislao, era stato incorporato nella contea marsa. Litium, dunque: cioè, Leccia (da leccio) per risalire a Litio, quindi a Delitio per dire quell'Andrea nato nel paese dei lecci, nelle immediate e impervie alture dell'attuale Lecce dei Marsi. Era l'antico Litium un insediamento che ricorda molto quelli di guardia; tanto è vero che, a poca distanza, in un paesaggio che un tempo doveva essere quanto mai inospitale, sorge una sorta di postazione montana denominata la Guardia. E' da ritenere, di conseguenza, che il piccolo agglomerato avesse una funzione di vigilanza, di guardia appunto, contro possibili scorrerie che all'epoca erano all'ordine dei giorno. 
  
Sulle origini sociali, come sulla data di nascita, come il tipo ed il livello di istruzione del giovane Andrea, si è in presenza dì un deserto assoluto. Come è potuto accadere che, da un bosco pressochè selvaggio, nascosto tra faggete e lecceti, e dove le manualità di sussistenza erano limitate a quelle proprie dei taglialegna, dei carbonari, degli allevatori di pecore e capre, potesse provenire un maestro di tanto nome che giganteggia nel panorama pittorico abruzzese dei '400? Forse, il maestro fu da ragazzo un umile pastorello o un umile legnaiolo donato all'universo dell'arte da un paesaggio pietroso, avaro di possibilità di vita, chiuso ai contatti e ai traffici con realtà più evolute. Quando, tornando un giorno a visitare i ruderi dell'antico Litium, ho potuto notare - appena percettibili, tra quelle che certamente potevano essere state umili casupole, poco più che poveri abituri di montagna - qualche indizio archeologico di più consistente testimonianza, ho ipotizzato che lì poteva esservi stata una casa di più ragguardevole struttura o, addirittura, una residenza quasi castellana.
  
Ed è lì che mi sono chiesto se per caso, insistendo sulla possibile umilissima origine di Andrea, non mi sono sbagliato di grosso. il pensiero andava alla più attendibile ipotesi che quei ruderi che si propongono come resti d una residenza appartenuta a gente di censo più elevato, potevano essere stata la dimora di una famiglia al cui capo era stata delegata una qualche funzione pubblica nell'ordinamento della contea dei Marsi, per cui Andrea Delitio non figlio di boscaioli o pastori fu, ma figlio di più elevata progenie al quale non erano negati il sapere e fare arte. Si è sempre detto che le immagini e le emozioni di cui si carica la memoria dell'uomo quando questa vive il tempo che va dalla fanciullezza all'adolescenza, sono quelle che meglio si sedimentano, appunto, nella memoria. 
Questo assunto, che ha una valenza generale, va rapportato anche a quel particolare corredo di memoria che certamente si era sedimentato nella mente del giovane Andrea specialmente negli anni che precedono l'opera che viene collocata al momento delle prime importanti esperienze del maestro: cioè la Madonna di Cese. Non che in questa opera siano rintracciabili segni, profili, richiami al paesaggio della sua adolescenza. Ma sono i colori che sorprendono: in particolare il blu del manto, il celeste degli occhi, il roseo dei volto. Non so per quale misterioso moto emotivo, ma vi ho visto il blu cupo delle notti fonde marsicane, il celeste degli estivi chiarori montanari, il roseo dalle mille lussureggianti sfumature dei nostri boschi d'autunno. 
  
Non so dire in che misura la mia fantasia abbia pagato dogana alle mie emozioni, ma questo vi ho visto e questo dico. E non lo dico con la stessa ingenuità di quanti hanno detto che in certi sfondi degli affreschi atriani, sono visibili i profili dei monti che sovrastano Lecce dei Marsi e che sono gli stessi che il giovane Andrea aveva certamente guardato a sazietà quando si aggirava - sentendo i primi prepotenti stimoli della osservazione e i primi impulsi gestuali a disegnare se non proprio a dipingere - per quel paesaggio che la viaggiatrice inglese Anne Mac Donell definisce "terra selvaggìa d'Abruzzo" e su cui invece, il più gentile Gregorovius, esprime il godibile giudizio di terra "cli una bellezza singolare, fiera e maestosa". Sono conservati a Londra, presso la Royal Library di Windsor, alcuni disegni che il grande Leonardo, giovinetto, fece nel corso dì un suo viaggio in Abruzzo e che egli vendeva solo per qualche spicciolo in quanto - sono testuali parole di Leonardo - "no tengo gnisuna persona che vole bene a me", tanto che "a me lo messere Paulus Trivultio paga cum a poco denaro". Ho trovato riferimenti informativi su questa vicenda nel ritaglìo di una vecchia rivista conservata nell'imperante dìsordine delle mie carte. Il viaggio risale al 1501 e mi sono domandato se, per caso, non vi sia un rapporto di parentela gestuale tra il modo come i due giovani artisti, osservando il paesaggio abruzzese, ne disegnavano profili e caratteristiche.
  
E' solo un quesito, ma sorprende il fatto che, nell'uno e nell'altro, solo di profili si tratta. Voglio dire anche che gli anni dei maggiore fervore creativo di Andrea Delitio sono segnatì, in Abruzzo, da un evento che coinvolge in modo decisivo il paesaggio agro-pastorale. Nel 1447, Alfonzo I d'Aragona istituisce i tratturi, le celebrate "vie erbose", per la Mena delle pecore in Puglia. Con l'incremento delle attività armentizie, viene notevolmente attivato anche il grande tratturo che da Celano, attraversando l'Abruzzo, si immette nel Tavoliere pugliese. Per questo tratturo - il fatto si può dare per certo - sono passate e ripassate, nei lunghi camminamenti di andata e ritorno, anche le ricche greggi che d'estate pascolavano sui monti intorno a Litium. 
E con l'istituzione dei tratturi - misura politico-amministrafiva su cui agiva, tra l'altro, l'interesse dell'erario aragonese - fu un fiorire di attività che oggi diremmo indotte: il commercio della lana, l'uso dei telaio, i ricami, le fiere; e, come terminale di buona parte della ricchezza, i grandi palazzi delle famiglie più legate a quella che può a ragione chiamarsi la civiltà della transumanza. Tutto ciò aveva intorno - e questo non poteva non colpire le sensibili corde d'arte del giovane Andrea - il verde dei prati pascolativi e l'oro dei grano di fine giugno; i cento e cento fiori di primavera ed estate e i mille variopinti colori dei boschi d'autunno; e poi i vigneti, le capanne dei pastori, le lanterne a olio degli stazzi, i fuochi dei carbonai, il bianco del vello pecorino; e ancora, lì, a portata di mano, le vette innevate del Velino e il grande specchio d'acqua del Fucino-lago; e, guardando più lontano, la forte suggestione dei monti: il Sirente, la Maiella, il Gran Sasso; e quel panorama in cui erano incastonati - come poi hanno raccontato i viaggiatori dei Sette-ottocento: superbi calanchi e i dorsi tondeggianti dei contrafforti sui quali apparivano, di tanto in tanto, vaste praterie; e, più su, massi calcarei grigi, striati di nero, brulli dírupi. 
  
A tutto questo, per le lunghe abbeverate degli armenti, si aggiungevano i ricchi corsi d'acqua: qui, più vicino, il Giovenco; lì, più lontano, il Liri, l'Aterno, la Pescara, il Vomano, il Tordino, il Tavo, il Cizio, il Sagittario, il Sangro. E ancora: i ricchi frutteti, vigneti e oliveti innanzitutto della fascia costiera, ma anche quelli di Atri, Castelli, Guardiagrele, Isola del Gran Sasso, Mutignano, Sulmona. Sulmona, perla di una terra che Ovidio chiama "peligni acquosi" e dove, qualche secolo più tardi, usci dalla mano di Andrea quello stupendo affresco detto della Madonna adorante il Bambino. E in questo scenario erano evidenti testimonianze artigianali che confinavano con valori d'arte: ceramísti, tintori, ebanistí, forgiatori di ferro battuto, raffinati orditori di filigrana, tessitori, orafi, sarti. 
Domandiamoci solo se, in che misura, tutto questo è entrato nel sapere di Andrea Delitio e se, nella sua pittura - maturata in quell' interscambio", di cui parla Lorenzo Lorenzi, "tra matrice umbra, marchigiana, abruzzese e soprattutto fiorentina" - siano entrati aliti, virgulti, spicchi, echi di questo paesaggio che, a piedi o a dorso di mulo, l'artista di sangue marso ha respirato a pieni polmoni nei suoi faticosi attraversamenti per rispondere con gesti d'arte alle numerose committenze tra le quali giganteggiano gli stupendi affreschi della Cattedrale di Atri.
   
(Testo gia pubblicato su Il Centro del 9 marzo 2001)

   
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